«

»

Esercizi commerciali: se non viene comunicato il subingresso il Comune può ordinare la chiusura?

Lo scorso 2 settembre 2013, con sentenza n. 4337/2013, la quinta sezione del Consiglio di Stato ha stabilito che, in caso di mancata comunicazione di subingresso, la sanzione non può essere quella della chiusura dell’esercizio, ma unicamente l’applicazione della sanzioni pecuniarie.

Ma vediamo la vicenda più nel dettaglio.

Un esercente subentra ad un altro nell’esercizio di un attività commerciale, ma omette di comunicare il subingresso al Comune.

Il Comune ordinata l’immediata cessazione della attività commerciale ritenendo che la mancata comunicazione di subingresso configuri un esercizio abusivo dell’attività commerciale, sanzionata dall’articolo 22, comma 6, del d.lgs. n. 114/1998 con l’immediata chiusura.

Il TAR, in primo grado e il Consiglio di Stato in sede di appello hanno, invece, affermato che la mancata comunicazione di subingresso legittima unicamente l’irrogazione di una sanzione pecuniaria.

Con riguardo al subingresso, va ricordato che, l’articolo 26, comma 5, del d.lgs. n. 114/1998 stabilisce che è soggetto alla sola comunicazione al Comune competente per territorio il trasferimento della gestione o della proprietà per atto tra vivi o per causa di morte.

Le sanzioni in materia di esercizio dell’attività commerciale sono previste dall’articolo 22 del d.lgs. n. 114/1998 che prevede:

  • la sanzione del pagamento di una somma da 2.582,00 euro a 15.493,00 euro a carico di coloro che:
  1. non siano in possesso dei requisiti per l’accesso all’attività (articolo 5);
  2. non abbiano rispettato le norme per l’apertura, il trasferimento di sede o l’ampliamento della superficie degli esercizi di vicinato, delle medie e delle grandi strutture di vendita (articoli 7, 8 e 9);
  3. non abbiano rispettato le norme dettate a proposito della vendita negli spacci interni, della vendita attraverso apparecchi automatici, della vendita per corrispondenza, a mezzo televisione o altri sistemi di comunicazione, delle vendite effettuate presso il domicilio dei consumatori (articoli 16, 17, 18 e 19);
  • la sanzione del pagamento di una somma da 516,00 euro a 3,098,00 euro (quindi si tratta di ipotesi meno gravi rispetto alle precedenti, in ragione dell’importo inferiore delle sanzioni) a carico di coloro che violino:
  1. le norme in materia di  orari di apertura e di chiusura (articolo 11);
  2. le  norme in materia di pubblicità dei prezzi (articolo 14);
  3. le  norme in materia di vendite straordinarie (articolo 15);
  4. la  norma in materia di subingresso (articolo 26, comma 5).

In caso di particolare gravità o di recidiva (la stessa violazione commessa per due volte in un anno) può inoltre disposta la sospensione dell’attività  di vendita per un periodo non superiore a 20 giorni.

E’, poi, prevista, la revoca dell’autorizzazione (e la chiusura dell’esercizio) quando il titolare:

  1. non inizi l’attività di una media struttura di vendita entro un anno dalla data di rilascio, salvo proroga in caso di comprovata necessità;
  2. non inizi l’attività di una grande struttura di vendita entro due anni, salvo proroga in caso di comprovata necessità;
  3. sospende l’attività per un periodo superiore a un anno;
  4. non risulti più in possesso dei requisiti prescritti dall’articolo 5;
  5. violi ulteriormente le prescrizioni in materia igienico-sanitaria dopo la sospensione.

Infine, l’articolo 22, comma 6, del d.lgs. n. 114/1998 stabilisce che in caso di svolgimento abusivo dell’attività il sindaco ordina la chiusura immediata dell’esercizio di vendita.

Orbene, come si evince facilmente dal tenore letterale dell’articolo 22 del d.lgs. n. 114/1998 in esame, la sanzione specifica per la mancata comunicazione di subingresso è il pagamento di una somma.

Infatti, secondo il Consiglio di Stato, “non sussistono ragioni logico giuridiche in base alle quali la sanzione della chiusura dell’esercizio di vendita debba essere disposta in aggiunta alla sanzione amministrativa del pagamento delle somme stabilite ai commi 1 e 3 dell’articolo 22 del d. lgs. di cui trattasi, innanzi tutto per ragioni letterali, in quanto in tal caso il citato comma 6 avrebbe dovuto statuire che “oltre alle sanzioni di cui ai commi 1 e 3, in caso di svolgimento abusivo dell’attività il sindaco ordina la chiusura immediata dell’esercizio di vendita” (o, a loro volta, i commi 1 e 3 contenere la locuzione “oltre che con la chiusura immediata chiunque viola le disposizioni …. è punito con la sanzione amministrativa…..)” (Consiglio di Stato, Sezione V, 2 settembre 2013, n. 4337, cit.).

Il Consiglio di Stato ha, inoltre, ritenuto che “oltre a ragioni di carattere letterale sussistono ragioni logico giuridiche per escludere che, oltre alla sanzione amministrativa stabilita dal comma 3 suddetto, del pagamento di una somma (…), dovesse essere applicata anche la sanzione della chiusura dell’esercizio in questione. L’articolo 11 del d. lgs. n. 114/1998 riguarda infatti gli orari di apertura e di chiusura al pubblico degli esercizi di vendita al dettaglio, il seguente articolo 14 riguarda la indicazione dei prezzi di vendita al pubblico prodotti esposti per la vendita al dettaglio, l’articolo 15, a sua volta, riguarda le vendite straordinarie e l’articolo 26, comma 5, come detto, la comunicazione al Comune della variazione della gestione o della proprietà delle attività in questione; tutte dette fattispecie non configurano ipotesi di svolgimento abusivo della attività, sanzionabili con la chiusura ex articolo 22, comma 6, del medesimo d. lgs., ma semplici irregolarità della gestione” (Consiglio di Stato, Sezione V, 2 settembre 2013, n. 4337, cit.).

In sostanza, la chiusura, anche per le rilevanti conseguenze che comporta sul piano economico, deve essere circoscritta ad ipotesi specifiche ed esplicitamente previste.

Sul punto, vale la pena di segnalare anche un’altra recente decisione del Consiglio di Stato, secondo cui in base alla quale “un provvedimento grave, quale la revoca di un’autorizzazione commerciale, così fortemente lesivo per gli interessi privati, non può prescindere da un’attenta valutazione degli elementi e delle circostanze indizianti (…)” (Consiglio di Stato, Sezione V, 20 agosto 2013, n. 4187).